Lione 1943. Mentre lo stanno conducendo al carcere nazista di Montluc, Fontaine tenta un'inutile evasione. Subito catturato viene dapprima torturato e poi messo in isolamento. La sua idea fissa è la fuga. Con fatica trasforma un cucchiaio in uno scalpello e poco alla volta riesce a far cedere i pannelli di una porta. I riti della vita del carcere si succedono meccanicamente. Un condannato che ha tentato la fuga è ripreso, ma, prima di venire giustiziato, dà a Fontaine alcune preziose informazioni. Questi continua a preparare la propria evasione con una lentezza e una meticolosità tali da essere forse anche segno di incertezza e paura. Quando però gli comunicano la condanna a morte, capisce di non poter più tergiversare. L'arrivo di un nuovo compagno di cella suscita la sua diffidenza e lo costringe a rimandare la fuga. Potrebbe essere una spia. Fontaine non ha scelta: il piano può riuscire solo se a tentarlo si è in due. Rivela tutto al suo compagno e insieme riescono infine a evadere. Il film si ispira a un fatto realmente accaduto: la fuga dal forte di Montluc da parte del tenente André Devigny, condannato a morte dai nazisti. La sua lavorazione fu lunga e difficile, soprattutto nell' elaborata fase del montaggio. La critica lo accolse in modo molto positivo e il film vinse il premio per la miglior regia al Festival di Cannes del 1957. Scegliendo come sottotitolo una citazione dal Vangelo secondo Giovanni - «Il vento soffia dove vuole» -l'autore ha voluto sottolineare il carattere di meditazione del film sui rapporti fra fede, grazia, destino e volontà umana. Secondo quell' austerità, funzionalità ed economia della forma che gli sono proprie, Bresson ha infatti dato vita a una straordinaria opera sulla forza di tale volontà, sulla possibilità e necessità di far leva su di essa per vincere quell' oppressione e quel grigiore di cui il forte di Montluc è simbolo pregnante. La grigia fotografia, così come il tetro ambiente in cui la vicenda è collocata, comunicano continuamente allo spettatore un senso di abbandono e disagio. Dopo i titoli di testa del film, una didascalia indica il partito preso bressoniano: «Questa storia è vera. lo la racconto così com'è, senza ornamenti». La macchina da presa registra infatti, in inquadrature fisse e ripetute e con straordinaria meticolosità, ogni minimo gesto e ogni minima azione che scandiscono la vita del recluso. Tutto il film si costruisce intorno al suo punto di vista, ciò che vediamo e sentiamo è ciò che lui stesso vede e sente. Un lungo monologo narrante sostituisce quasi del tutto i dialoghi; nello spettatore non c'è più attesa per lo scioglimento, che già conosce, ma solo disponibilità per l'osservazione e la riflessione. La lotta di Fontaine non è solo la lotta contro un nemico esterno, ma è anche una lotta contro se stesso, contro la propria paura, contro la propria debolezza. Quello che è tremendo è proprio il fatto di doversi decidere. Nella minuta osservazione dei gesti del protagonista, Bresson mette a nudo il suo mondo interiore. Ne osserva e scruta gli aspetti più reconditi, con quella distaccata freddezza e precisione che è un segno inconfondibile di tutto il suo cinema. Non tanto un film sulla Resistenza, dunque, quanto piuttosto una parabola illuminante sul valore della ribellione e sul mistero della grazia.
Titolo Originale: UN CONDAMNÉ À MORT S'EST ÉCHAPPÉ Regia: Robert Bresson Interpreti: Charles Le Clainche, Roland Monod, François Leterrier Durata: h 1.35 Nazionalità: Francia 1956
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