Anatomia di un rapimento (Akira Kurosawa, 1963)

Il ricco industriale Gondo (Mifune) sta per concludere l’affare della vita: per non essere estromesso dal consiglio di amministrazione della sua società, ha ipotecato ogni proprietà e ha radunato abbastanza denaro da acquistare la maggioranza delle azioni. Ma prima che possa chiudere l’accordo, riceve una terribile telefonata: qualcuno ha rapito suo figlio Jun e chiede un forte riscatto. Gondo si dichiara subito pronto a pagare: la salvezza del figlio vale infatti più del denaro o dell’azienda. Presto, però, si scopre che il rapitore ha sbagliato persona: non ha rapito Jun ma un suo compagno di giochi, Shinichi, figlio di un semplice autista. Ciò nonostante il criminale non modifica la sua richiesta, e Gondo si ritrova di fronte a un terribile dilemma morale: sacrificare tutto ciò che possiede per salvare il bambino di un altro? Già la prima tesissima mezz’ora (ambientata tutta in una sola stanza, il soggiorno della villa di Gondo) sarebbe bastata a qualsiasi altro regista per dar vita a un film memorabile, ma Kurosawa va persino oltre. La sezione centrale della pellicola diventa un police procedural con i fiocchi, nel quale assistiamo alle lunghe e meticolose indagini del commissario Tokura (Nakadai) e dei suoi uomini alla ricerca del rapitore: viene esaminato ogni dettaglio e seguita ogni possibile pista per ricostruire dove il bambino è stato tenuto prigioniero e dove si nasconde il colpevole, fino alla sua identificazione. Nella parte conclusiva, infine, il rapitore – lo studente di medicina Takeuchi (Yamazaki) – viene pedinato dai poliziotti (al porto, nei locali e nel quartiere dei derelitti di Yokohama) per coglierlo in flagrante mentre cerca di eliminare i complici che potrebbero incriminarlo.

Ispirato a un romanzo di Ed McBain (“Una grossa somma”) ma anche a un fatto reale di cronaca, il ventiduesimo film di Kurosawa – realizzato quattrordici anni dopo il suo primo approccio al genere con “Cane randagio” – è un giallo serratissimo che rappresenta al contempo una parabola umanista sul bene e il male, sul denaro e l’avidità, sul delitto e sull’integrità morale, e in cui si capovolgono diversi luoghi comuni: per una volta il ricco è il “buono” e il povero è il “cattivo”. Il titolo originale, che significa “Fra cielo e inferno”, si riferisce al limbo in cui vivono i personaggi: Gondo, nella sua villa che domina la città dall’alto, e Takeuchi, che dai bassifondi sviluppa un odio per il ricco industriale (non vuole solo il suo denaro, ma anche umiliarlo e ridicolizzarlo davanti all’opinione pubblica), si confronteranno soltanto nel finale, quando “vittima” e “carnefice” si troveranno l’uno di fronte all’altro durante il colloquio in carcere. Più che McBain, sembra quasi che Kurosawa avesse in testa ancora Dostoevsky! Toshiro Mifune, con la solita recitazione intensa e nervosa, dà vita a un personaggio ricco di sfumature: inizialmente ritratto come un cinico “squalo” della finanza (il suo motto è “uccidere o essere uccisi”), mostra poi la sua umanità quando decide di sacrificare il proprio patrimonio, anche perché in qualche modo si sente responsabile dell’accaduto. La notizia, diffusa sui giornali, gli varrà il plauso e il rispetto di tutti (contro le aspettative del rapitore), tanto che persino uno dei poliziotti commenterà: “Non ho mai avuto simpatia per i ricchi, forse perché sono nato povero, ma quell’uomo è realmente ammirevole”. Una bella differenza rispetto ai dirigenti corrotti che il regista aveva ritratto tre anni prima ne “I cattivi dormono in pace”. Memorabile la sequenza – anche questa di grande tensione – ambientata sul treno, quando Gondo deve consegnare il riscatto al rapitore, così come la scena in cui il fumo rosso che esce dalla ciminiera dell’inceneritore (il colore è dipinto sui fotogrammi in bianco e nero, un “effetto speciale” che oltre a ricordare il cinema delle origini rappresenta il primo utilizzo della policromia in un film di Kurosawa!) darà agli investigatori la traccia decisiva per identificare il colpevole. Nella curiosa colonna sonora, fra i brani che si sentono alla radio ci sono “La trota” di Schubert e una versione strumentale di “‘O sole mio”.

SCRITTO DA CHRISTIAN http://tomobiki.blogspot.it

Interpreti : Tatsuya Nakadai, Toshiro Mifune, Tsutomu Yamazaki Regia : Akira Kurosawa Paese di produzione : Giappone Audio : ITA, JAP, SUB ITA Data : 1963 Durata : h 2.23 Titolo originale : TENGOKU TO JIGOKU


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