La connessione tra il controverso thriller Cruising (1980) e la canzone Heat of the Moment di Willy DeVille rappresenta uno dei momenti più torbidi, pulsanti e respingenti del cinema d'autore americano a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. Il brano, che apre prepotentemente sia l'album della colonna sonora che la pellicola stessa, fa da sfondo visivo e uditivo alle prime, iconiche sequenze del film diretto da William Friedkin. È la musica che accompagna la vestizione e la radicale metamorfosi estetica del poliziotto infiltrato Steve Burns, interpretato da Al Pacino, mentre indossa indumenti di pelle nera, stivali e catene per addentrarsi nei club underground della comunità gay di New York. Dietro questo viscerale connubio si sviluppa un cortocircuito emotivo capace di riscrivere la discesa di un uomo verso la perdita della propria identità psicologica e sessuale.
La genesi di questa colonna sonora fu il risultato di una collaborazione febbrile tra Friedkin e lo storico produttore e compositore Jack Nitzsche. Il regista cercava un suono che non fosse la classica disco music commerciale da club dell'epoca. Voleva qualcosa di tagliente, antagonista e intrinsecamente pericoloso, capace di restituire la sporcizia e l'elettricità di una New York notturna e sotterranea. Nitzsche intuì che la risposta risiedeva nella scena punk e post-punk della scuderia di New York, e assoldò Willy DeVille affidandogli ben tre tracce del disco. DeVille, figura magnetica, androgina e intrisa di un'eleganza rauca da "pirata urbano", scrisse e interpretò Heat of the Moment appositamente per il film, dando vita a un groove rock martellante, dominato da chitarre sporche e da una performance vocale graffiante.
La forza espressiva di questa scelta musicale si palesa in modo drammatico quando la traccia esce dalla dimensione intima della vestizione per esplodere all'interno della discoteca e del cuoio dei locali underground, infondendo nelle immagini un'ambiguità semantica e un feroce contrasto ritmico. Il titolo stesso, Heat of the Moment ("Nel calore del momento" / "L'impeto del momento"), unito a versi come "In the heat of the moment, don't you forget all the things we haven't done yet", fluttua in un territorio torbido: è quasi impossibile scindere se l'andamento implacabile del brano evochi un impulso all'atto sessuale o una predisposizione all'atto violento e all'omicidio. Questo climax sonoro tocca il suo apice nella celebre e allucinata sequenza del ballo nel locale sadomaso. Sotto l'effetto del nitrito d'amile, le inquadrature di Friedkin si fanno sincopate e sfuocate, mentre Al Pacino balla in modo ossessivo e frenetico in mezzo agli avventori. La musica di DeVille, in questo preciso momento, cessa di essere un semplice accompagnamento e diventa un'estensione della psiche alterata del protagonista. Il ritmo martellante amplifica la claustrofobia dell'ambiente, e la voce rauca di DeVille funge da guida ipnotica, anestetizzando il terrore del poliziotto e, allo stesso tempo, accelerando la sua attrazione morbosa verso quell'abisso primordiale. Sesso, caccia al serial killer e alienazione si fondono in un unico rituale in cui il ballo diventa una trance autodistruttiva.
L'asfissiante oscurità evocata da questo connubio sonoro specchia fedelmente l'accoglienza che travolse la pellicola al momento della sua uscita nelle sale, nel febbraio del 1980, segnando uno dei capitoli più violenti e divisivi nella storia della ricezione cinematografica ed editoriale. Ben prima che il film fosse completato, il giornalista Arthur Bell pubblicò sulle colonne del Village Voice una durissima requisitoria basata su una copia trapelata della sceneggiatura, accusando il film di essere intrinsecamente omofobo e paventando il rischio che potesse incitare alla violenza contro la comunità omosessuale. Questa presa di posizione diede inizio a un boicottaggio sistematico e militante durante le riprese a New York: gli attivisti per i diritti gay organizzarono picchetti permanenti, devastarono alcune apparecchiature e disturbarono costantemente il set nel Meatpacking District soffiando in fischietti e percuotendo pentole per rovinare le tracce audio. La tensione sul set fu tale che la produzione fu costretta a richiedere una scorta eccezionale di quasi trecento agenti di polizia per permettere a Friedkin di girare.
La critica cinematografica dell'epoca rimase profondamente polarizzata e in gran parte respingente nei confronti dell'opera. Recensori autorevoli come Roger Ebert del Chicago Sun-Times riconobbero a Friedkin una regia tesa e una direzione tecnica rigorosa, ma lamentarono l'assoluta e frustrante opacità del personaggio di Steve Burns. Ebert evidenziò come il film scegliesse deliberatamente di non esplorare i reali sentimenti e l'eventuale attrazione latente del protagonista verso quel mondo, lasciando il pubblico privo di una bussola morale o psicologica. Altri critici, come Vincent Canby del New York Times, stroncarono la pellicola definendola un "diario di viaggio finzionale" sgradevole e voyeuristico, colpevole di limitarsi a "fissare" una subcultura specifica senza compiere alcuno sforzo intellettuale per comprenderla o contestualizzarla. L'accusa principale mossa al regista era quella di aver ridotto l'intera comunità gay a una caricatura torbida e deviata, sovrapponendo in modo pericoloso le pratiche BDSM e l'estetica del cuoio alla pulsione omicida del serial killer. Persino Al Pacino, anni dopo, prese parzialmente le distanze dal progetto, definendo l'opera a tratti "sfruttatoria".
Tuttavia, l'aspetto più affascinante della traiettoria critica di Cruising risiede nel suo successivo processo di riscoperta e riappropriazione culturale (queer reclamation). Nei decenni successivi, la critica accademica e militante ha ribaltato le accuse di omofobia, leggendo la pellicola sotto una luce radicalmente diversa. Saggiatori contemporanei hanno evidenziato come le inquadrature documentaristiche di Friedkin all'interno di veri locali storici dell'underground newyorkese — come il celebre The Mineshaft — abbiano involontariamente cristallizzato una capsula del tempo unica: un'istantanea di totale e radicale liberazione sessuale colta nell'esatto momento precedente all'esplosione della crisi dell'AIDS, che da lì a pochi anni avrebbe spazzato via quel mondo per sempre.
Allo stesso tempo, si è compreso che l'intento di Friedkin non era quello di giudicare una comunità , bensì quello di decostruire la presunta stabilità dell'identità eterosessuale e patriarcale. Obbligando il pubblico etero dell'epoca a immedesimarsi nello sguardo smarrito di Al Pacino, il regista ha capovolto lo specchio, costringendo lo spettatore a vivere l'esperienza totalizzante e alienante del "nascondersi dentro un armadio" (the closet) e a fare i conti con la fluidità e la frammentazione del desiderio umano. Come accadde per Goodbye Horses, la colonna sonora di Cruising divenne un vero e proprio oggetto di culto per gli amanti del rock indipendente dell'epoca, accogliendo gruppi storici come i Germs e John Hiatt. Da mediocre e problematico thriller commerciale, il film è stato così elevato allo status di film maudit e di capolavoro dell'ambiguità psicologica, ammirato da registi contemporanei come Quentin Tarantino. Heat of the Moment ha saputo tradurre in musica la vertigine dell'infiltrazione e il fascino perverso del proibito, dimostrando come la musica e il cinema possano fondersi per diventare veri e propri campi di battaglia sociopolitici, lasciando lo spettatore intrappolato nello stesso, asfissiante "calore del momento" del suo protagonista
